Laboratorio "...come se fosse Antani" | Riccardo Goretti
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Laboratorio “…come se fosse Antani”

Laboratorio intensivo di microdrammaturgia applicata ed elaborazione textile come se fosse antani.

About This Project

Sono Riccardo Goretti, ebbene sì, non vorrei dirlo, ma sono un giovane drammaturgo, scusate il termine. Scrivo per divertirmi, per lavoro, da anni ormai, scrivo per sfogo e a volte mi pubblicano pure, scrivo per i miei spettacoli teatrali, scrivo per evitare di giocare troppe ore di seguito a “Piante contro Zombi” (sì, esiste davvero e sì, si chiama davvero in quel modo). Scrivo di ogni cosa, ma soprattutto mi piace trovare lo straordinario nel quotidiano, il grande nel piccolo, l’universale nel particolare senza scadere nella filosofia zen che non se ne sente proprio il bisogno percaritadiddio. 

Ad ogni modo, vi propongo una tre giorni intensiva di scrittura alla mia maniera. Per qualsiasi scopo voi vogliate. Non c’è bisogno di voler diventare Joyce, o Fabio Volo (ovviamente sto scherzando). Vorrei solo tentare di comunicarvi cose che mi interessano. Modi di vedere le cose che magari non ci avevate pensato, o magari anche sì ma non ci credevate abbastanza. Perché vedere le cose mica è sempre facile, e anche se ci riusciamo a volte confrontarsi fa comunque bene, o sbaglio? 

Si, il mio metodo di scrittura parte dall’ INTERESSE. Meglio ancora, dal PUNTO DI INTERESSE. Perché mi deve interessare quello che scrivi? Stai facendo quel minimo di sforzo per comunicarmi un concetto, un sentire, un maledettissimo qualcosa? E ancora (e soprattutto): a te, interessa quello che stai producendo? O stai solo facendo un esercizio di stile? E in quest’ultimo caso, non trovi che sia altissima la probabilità che stiamo entrambi perdendo tempo? 

Dai, proviamo a vedere cosa succede. Per partecipare basta un portatile, o un tablet, o un fogliaccio e una pennaccia (ma meglio un portatile, non te lo nasconderò) e tanta voglia di inventare mondi paralleli. 

Sarà bellissimo. 

 

 

…grazie alla disponibilità di alcuni allievi che hanno seguito il corso lo scorso luglio alla Città del Teatro di Cascina (PI), riportiamo qui alcuni micromonologhi scaturiti da un percorso di lavoro sull’ EROISMO. Questi brani sono qui per il vostro utilizzo: se vi piacciono e volete utilizzarli in uno spettacolo, in un laboratorio, portarli a un provino… potete farlo liberamente e gratuitamente. Basta che ce lo diciate: grisi@aruba.it.

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Perché hai dato retta ar tu babbo? (Silvia Conforti)

Bimbo te lo riordi quanto si letiava io e te eh? Te hai sempre voluto fa di testa tua, duro come tu ma’. Ma allora perché quer giorno stramalidetto m’hai dato retta? O perché?

Anch’io però se mi facevo un pentolino di cazzi miei e ti lasciavo a gioà alla Wii, tutto stravaccato sur divano, invece di ditti di levatti di asa e di andà ar mare! Accidenti a me!

Lo sai vero che tu ma’, povera donna, un fa artro che rinfacciammi che è la corpa mia se sei ridotto così, piange dalla mattina alla sera, un mangia più, pare un uscio. Poi sta sempre a dì: Ir mi bimbo, ir mi bimbo, era tanto bravo a gioà a pallone e ora, ma dimmi te, ma cosa s’è fatto di male per meritacci una punizione simile? n’i s’è incantanto ir disco, un se ne fa una ragione,.

Sai, anch’io alla tua età facevo ir cretino, un ci pensavo mia alle ‘onseguenze quando facevo le ‘azzate e sai quante n’ho fatte con Fusco il briao, ir Morelli, Renatone! Vor dì che qualcuno lassù m’ha sempre voluto bene. Ma porca puttana te sei ir mi figliolo e un occhino di riguardo ce lo potevano anche avé, no?

Però bellino duro come ir marmo, ma quante vorte te l’ho detto di non fa i tuffi di testa dagli scogli arti, quante? Hai fatto peggio dei pisani. C’avevi da fatti vedé dalle fiettine, dovevi per forza fa ir ganzo?

Guartati lì, pai Robocoppe, pieno di tubi che t’entrano in tutti i bui, guardati lì, su quel letto pai finto. Però sei sempre bello eh, sembri il povero nonno Gino, e se ti guardo meglio hai preso anche dallo zio Pilade, il naso e la bocca grossa.

Chissà se mi senti, chissà se senti la voce der tu babbo che ti vole un sacco di bene.

Io non ce la fo più a vedetti così, i dottori diono che sei in uno stato vegetativo, o cosa sei un asparagio, un carciofo? Ce l’hanno detto chiaro in ghigna che ormai un c’è più niente da fà, che ci vorrebbe un miraolo. Ma lo sai che io coi preti e la ‘iesa un ci vo punto d’accordo e ai miraoli un ci ‘redo mia.

Sarò anco un caarello però un ce la faccio a vedetti spenge come un cero.

I tuoi amici mi chiedono sempre di te, c’è anche una bimba, una certa Sara, una biondina mezza sega che ogni vorta mi dice di salutatti e c’ha sempre le lacrime all’occhi, però fa finta di niente poverina, un vole fammi vedé che anco lei un ci spera più.

Allora lo sai ora cosa fo? Stacco tutti questi tubi e tubicini, ti lascio andà via e poi vado sur ponte di Calignaia e mi butto di sotto, così ci si ritrova lassù e magari si ‘ontinua a letià per passà ir tempo. Poi s’aspetta tu mà, che tanto di sotto ci si butta anco lei e così si va in culo ar mondo.

Vieni dé, prima fatti accarezzà un poino, qui, dove un c’è aghi.

Bello ir mi bimbo, boia sei sempre un poino abbronzato…

Ma come fo, mi dici come fo a staccà tutto che c’hai la mano carda abbollore, ber tesoro di babbo, un ce l’ho mia ir coraggio.

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Noblesse oblige  (Chiara Tumminello)

Che se quell’uomo benedetto non faceva tutte le manfrine “e non ce la posso fare a entrare, tu vai che preferisco da solo, e mi serve la concentrazione, è una questione psicologica, tu avviati, dai, vai, ma non c’era quella cosa? dai, tu vai”.

Ma no io resto qua, ci sono momenti in cui… cioè, cioè ma vuoi che vada? sì sì, tu vuoi che io mi cavi. Bene, mi cavo allora. Se dobbiamo dare i sensi metafisici alle cagate perdie vado davvero, guarda, mi metto anche il vestito supertopa fresco di saldi e vado. Sì sì, tu non entrare neanche se io sono qui ma sai dove vado? All’occasione mondana. E vedrai se non si danno i significati metafisici alle cagate!

Caipirina, una sigaretta, un’oliva, mezza patatina. Uh, sì sì, mi sto divertendo tantissimo. E poi mi fanno male le scarpe. Son troppo alte, lo sapevo. Stai dritta dai sennò il vestito casca male. Stai dritta, dai. Ma quanto è divertente. Mi sto proprio divertendo. Sorridi. E che sorrido? A chi? Al muro? Sigaretta. bicchiere. oliva. borsa. troppa roba. sciolta avanti dai…

“Oh ciao” sì sì ciao. “tutto occhei” certo come no! ciao, e ‘sto cretinetti che pensa anche di essere interessante. Va be’. Bah, che poi figurati se volevo che si fermasse. Che poi io son qui per beccare? Quello poi? Che mi son messa ‘sti trampali per gli altri? Ma figurati.

Un’occasione mondana, mica si possono dare i significati metafisici alle cagate!

Stai dritta. Un sorriso. Un altro giro, un’altra sigaretta. ‘ccidenti a ‘ste scarpe, troppo alte, lo sapevo. E poi ‘sto cazz di vestito, sarà anche trendy ma dev’essere di plastica maremma che caldo che fa, stai dritta però eh.

“Ehi! anche te qui??? tutto occhei? sì sì, benissimo. Oh, che carina che sei, ma come stai bene. I capelli, lo smalto, le scarpe… uh, e questo vestitino, guarda, ti torna proprio da dio”.

Merd, allora faccio cacare, e non ritorniamo sui significati metafisici delle cagate che non mi sembra proprio il caso.

Un’altra sigaretta. Avanti su, tutto il discorsino su quanto qui e quanto là. Eh… ma ti fanno male anche a te le scarpe, no, e tanto non si vede! Ci dev’essere un abisso là dentro…

Suonino. messaggino. Oh che culo, signoretiringrazio.

Ti amo entro ora.

EH? Cioè? Ti amo entro ora? Cioè ora che non è più l’ora entro cui… non mi ami più?!? Hai dato il significato metafisico? Ma io cioè insomma dai se ne ragiona delle cose. Vabbè che la sintesi è una dote ma così mi pare troppo.

Risuonino rimessaggino.

Ti amo VIRGOLA entro ora.

Potevi restare, il falegname ha portato la porta del bagno.

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Con la morte, in un 1916 (F.P.)

 

Meno un altro giorno a quando saremo soli, io e te.

Certo, come tutti… Non ti ho inventata io. Anche se a volte mi pare di sì… E intanto, mentre ti parlo, ho perso un gemello. Sempre! Perché li perdo sempre? Perché sono un poeta? No, li perdo perché non m’importa… E non è vero neanche questo: perché se ora – tipo – uscissi senza un gemello, mi parrebbe d’esser senza nulla addosso…

 

Ma ti stavo parlando, ancora. Non ti arrabbi se divago, vero? E poi, se ti arrabbi, che cambia? Vieni prima? Lo so che non puoi…

 

Però ti sento, sempre, con me.

 

Mi dicono, se eri in guerra era peggio. Mi trattano da imboscato! E invece non me ne frega nulla, s’ammazzino loro, io non lo porto il lutto per loro. Il lutto! A me! A me che camperò meno di loro!

 

Tanto lo so che tu sei lì, in guerra, ma sei anche qui, ora, in quest’istante: mentre cerco un gemello, io sto morendo come fossi al fronte.

 

Ma il peggio è che mi sento di emigrare. Io sono un emigrato… Non importa la distanza, puoi emigrare anche in casa tua! Anzi, è pure peggio, perché non mi stacco davvero, e ogni volta che vedo famiglia, amici, donne, tutto invecchia… E non ci posso fare nulla, vinci sempre! Ma non sei tu… C’è di peggio rispetto a te: non la fine di tutto, no! È il presente, il presente che avvizzisce…

 

Tu lo sai, ma lo so anch’io: quel che si proclama eterno sparisce subito.

 

Sembra gli amici tuoi, quelli della trincea.

 

«Sono invincibile!». Morto, subito.

 

Io no, sono qui e mi tieni qui, ma ci sei.

 

Eppure, anche l’amore l’ho avuto così: me lo sono distrutto da solo. Ma lì non c’eri!

 

In compenso, un presente troppo lungo ha seccato il ricordo.

 

Ma tu non sei il nulla… O forse sì, ma ora non ci sono per te.

 

Io ora ho da fare.

 

Perché io scrivo: non lo so perché, ma scrivo e tu non puoi farci nulla.

 

E non credere: non scrivo perché ti voglio scappare, io questa soddisfazione non te la do!

 

Io scrivo perché mi piace.

 

Scrivo perché è come le cose belle, ma senza il presente che le rovina, c’è solo il dopo…

 

E io, ormai, mi sento già fatto di dopo.

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MONOLOGO DELL’EROE (Remo Lenci)

 

Eccola … quella befana!

Non la sopporto … “E’ Prooooooontoooooo!!!!!!” ma che me ne frega se è pronto da mangià?!?!

… a me mi garba anda’ a giro … imparare … anzi no, rompere i coglioni! Ecco quello sì, mi garba tanto, più di tutto, rompere i coglioni! Parlare, poco con battute brevi ma efficaci … e più che altro domandare, si! Domandare … far riflettere, delle risposte degli altri direi che me ne frega il giusto, le domande sono belle, le domande aprono mondi … le risposte li chiudono!

… Sentitela, quella megera della mi moglie, senti come si sgola quella befana, ma io sto zitto sa’! Lasciala sgolà! Che se la sfondi quella carotide brutta e vizza! Non voglio neanche mangià e un’ho punta voglia di vedella, anzi … forse voglia di mangià l’avrei anche … ma per farla confonde un gli rispondo e la lascio sfondà da sé con l’urli …

… oddio … che poi è vero che son sempre a girelloni … a parlà con questo e con quello, oioibene … come mi garba … anche parlà con què montati … “sapienti” … tsè! loro sì che un sanno una sega … e credan di sapè … come mi ci diverto a piglialli per il culo … a fagli vedè che un capiscan nulla … viaviaviavia mi fanno troppo ride … mm come ci godooo …

… poi vabbè ci son gli amici, loro son ganzi, o i ragazzi giovani, curiosi, con loro qualche soddisfazione ti ce la levi anche, poi vedo quando parlo scrivano … a me scrive un mi garba … occhevordì? Se scrivi poi resta lì e un si move più … a voce invece puoi cambiare idea, formulare nuove ipotesi, domande, contraddizioni … ssèssèssè a me mi garba così!

Però è vero, i cosiddetti sapienti non li reggo punto e li piglio per il culo a bestia, come i politici quelli sì! … ma in fondo in fondo mi ci diverto … ma la mi moglie?!?!… no lei proprio un la reggo … senti come sbraita perchè è pronta cena, quella baldracca … o come posso fa???

IDEA!!!! … e se li facessi incazzà a bestia ma proprio abbestia abbestia?!?! dunque vediamo, io continuo come ho sempre fatto anzi parecchio dimorto di più!!! rompo i coglioni a palla a tutti ma più che altro a que’ politici der cazzo che son troppo redioli … ai giudici, a què filosofi vecchi bacucchi che un capiscano una sega, li stresso a sfinimento, li provoco … un mi devan più vedè! … ma no a fa il rivoluzionario eh … che anche quelli mi restan sui coglioni … nonno’ li stresso mettendoli davanti alle loro convinzioni di questa ceppa di minchia e gliele smonto tutte, così magari mi fanno anche un bel processone! io li smerdo tutti di brutto … allora sì che s’incazzano!!! gaaanzo! Dai magari poi mi condannano anche! E io nulla! Anzi allora sì che gli do’ dentro! E se dioneguardi mi fanno anche sceglie la condanna … io scelgo una bella erbettina, con un mix di altre erbettine che mi paralizzi piano piano e ci tiro il calzino contento matto come una pasqua!

… così mi levo per sempre dai coglioni da quella befana della mi moglie che c’ha anche il nome rediolo: SANTIPPE! Occheccazzo di nome è?

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Il portachiavi a pallina (Giovanni Galasso)

Ecco! Guarda là, guarda!

Eccone un’altra!

Ecco un’altra donna con il portachiavi a pallina!

Ma perché cazzo piacerà mai a tutte ste donne sto cazzo di portachiavi a pallina!

Tanto loro mica lo mettono in tasca poi… lo mettono nella borsetta no?

Quandoooooo…….. lo mettono nella borsetta!

Perché la maggior parte delle volte… chiedono al povero disgraziato di turno… amico, fidanzato o marito che le sta a fianco di tenerlo luuuui!!

Poverina!  perché lei non si è portata la borsetta e non c’ha tasche…ha il vestitino leggero! 

Che ne sanno loro di cosa vuol dire già il fastidio di averne due di palle e portarsele dietro tutto il santo giorno!

No!  Non basta!

Ti devi mettere in tasca anche la terza palla, perché a lei piace avere il portachiavi a palla,

addirittura anche in vetro swarovsky, così nelle tasche ti tocca anche sentirtene una più dura delle tue! E non se lo immaginano nemmeno quanto da fastidio!

Che poi, tanto anche se non avessero il portachiavi a palla ne avrebbero uno ancora peggiore, col pupazzetto a “mucca” o ad “orsetto” di  peluche! grande quanto una mano! Mio Dio!

Almeno gli servisse quando ce l’hanno nella borsa a trovarle prima le chiavi…

Seeeeeeeee……………… ahahahahahah

Ridiamo per sdrammatizzare che è meglio va!

Qualche giorno quando arriviamo davanti al cancello di casa apparecchio per mangiare lì sul marciapiede!

Tanto la scena davanti al cancello è e sarà sempre la stessa….

Contorcimento delle ginocchia ad X mentre sorreggono come se fosse una enorme valigia, una borsettina di sì e no 20 cm per 10 dentro la quale – e solo se il giorno è quello fortunato – per soli 7 minuti, si fa per dire, una mano regge mentre l’altra ravana continuamente con movimento circolare tirando fuori:

prima il cellulare, poi le caramelle all’arancia con relativo commento: “ah guarda ne è rimasta solo una, la vuoi che poi le ricompro?”

No grazie amore… ti ricordo che ho le pizze calde da mangiare su una mano e le birre nell’altra…non credo che ci stia bene la caramellina all’arancia…. Grazie!

Ravanando ancora… ne vien fuori un assorbente… e si vede benissimo che è tentata a dire anche per quello: “vuoi?” ma per fortuna poi non lo dice!

Ora io mi chiedo… ma perché mentre ravani con la mano nella borsa continui a fissare le scatole delle pizze che io ho in mano oppure hai lo sguardo perso nel vuoto? Non sarebbe più normale se tu guardassi dentro la borsa? No eh? E’ chiedere troppo!

Alla fine… come il coniglio dal cappello del mago con rullo di tamburi ecco che tira fuori dalla borsa le chiavi attaccate a questa dannatissima pallina swarovsky!

Vorrei un giorno cantare l’alleluia in quel momento, ma a cosa servirebbe se tanto poi…bisogna decidere qual è il colore della chiave che apre il cancello?

Ahahah  lì comincia la roulette russa!

No!  ma dico io, non è sempre la stessa dannatissima chiave arancione  quella che apre il cancello? Ma allora perché cazzo tutte le sere deve provare prima quella azzurra, poi quella verde e solo se Dio vuole, illuminata come un genio della lampadina Beghelli, alla fine si decide ad aprire con quella arancione?

Dai fammi pensare alle pizze che prenderò stasera che è meglio va, tanto dopo il cancello c’è da aprire il portone…  ricomincerebbe la roulette russa provando per prima la chiave arancione del cancello no?

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Meglio un ovo o una gallina? (Chiara Gasperini)

 

Credo.  A cosa? Niente. Solo che ho fame. Sì, credo d’aver fame. E allora? Allora, apro il frigo. Magari ci trovo qualcosa.  E se un c’è niente? Mmmm… Se dentro non c’è niente, non c’è niente da fare. Bè, forza e coraggio, dopo aprile viene maggio..No, no no.… niente!  te lo immagini se un ci trovo niente? E’… qui ci vole la premessa e guarda un la voglio fa nemmeno tanto palloccolosa ti voglio dì solo di ieri sera. Un c’avevo voglia di dormì. E un c’avevo voglia nemmeno di legge. I libri? Bellini, de… quelle parole una dietro l’altro come piccoli soldatini che marciano dritti dritti verso la meta.   Il senso… Già, il senso. E che vor dì? Se ti chiedi che vor dì, vor dì solo due cose: o chi scrive un capisce niente, o te un capisci niente. Niente! Già, niente. Visto? Ci risiamo. Ti dicevo di ieri sera, no? , ecco, anche ieri sera alla tele un c’era niente… Gira di qua, gira di là… alla fine o su cosa mi ritrovo?  Su una che mi vole insegnà a bollì un ovo… Ora, si pole vedè? Bollì un ovo? E che ci vole? Niente. Prendi un ciottolino, ci schiocchi un po’ d’acqua e via sur foo. Niente. Già, è quando un ci vole niente, quando non serve più niente, che ti ci vole il coraggio. Il coraggio, proprio questa innocua parolina, bisogna che tu ce l’abbia dentro. Dentro il frigo ce lo devi avere, non c’è scampo. Perché poi un è mia vero che ci perdi ir capo…No, no! Se ora apro il mi frigo e non ci trovo niente, non esco di senno… No! No! Non c’è niente di meglio del niente per fa girà veloce la testa: e devi vedè che castelli! Che piroette! E più che altro dovresti sentire che discorsi continui a fare con il niente… Perché il niente capita improvviso, in un giorno soltanto.… e tu per un giorno solo vorresti rovinarti la vita? No. Che t’importa di quel giorno solo? Niente. E io col niente ci faccio quel che mi pare. Però… Però…. Credo che non sia vero.

Prima, prima del niente, c’era qualcosa. C’era qualcuno. E ora? Il niente ha quello spessore, quel contorno preciso: di quello che manca. Di chi manca.

Ir frigo e un ce l’hai fuori. Ce l’hai dentro, sei tu. E fammi un popoino vedè cosa c’è? Via, su lasciami fare… un ce la fa lunga… Ecco, sì… sì, lo vedo…Un ovo. Un ovo? Cazzo, un ovo. Quella stronza della televisione ce l’ha gufata! Un ovo. Uno, uno soltanto e ci devi mangià te e tutti velli che ti stanno accanto. Ora che gli vai a dire a quelli di casa tua? Che fai?Poerino avevi fatto la spesa, messo tutti i pacchettini in ordine nel frigo, ti eri sempre comportato bene, uno perbenino da sposassi, con le cazzate giuste al momento opportuno… Quelle levate di testa e i voli… certi voli con ir capo… Ma niente che ti potesse far pensare che il niente dovesse capitare proprio a te, in casa tua. Lo dice anche il giornale: attoniti. Senza colpa: questo il giornale non lo dice, ma tu lo sai. O un poteva succede nella casa della strada di fronte? Che tristezza… Eh, non non vale… e’ stato tuo,,, tuo questo pensiero, non der tu vicino di asa… di vello che veniva sempre quando c’era ir cappone in brodo. Di vello lì che l’altro giorno t’ha detto che si scusa… Sì, si scusa ir poerino, ma sai un aveva niente da dirti… un sapeva cosa fa e poi s’è immaginato che a lui nella medesima situazione, gli sarebbe tanto garbato restà solo. Solo cor su’niente. Ma vaffanculo! perché se c’è un bene nel niente… e mi pesa dillo, perché io ne farei tanto volentieri a meno, sarei restata ner mi pezzettino, nella mi casina, col mio egoismo nel frigo… Sai, assomiglia a una bistecca l’egoismo: bella, truculenta… Mmm! Sono diventata vegetariana! Non vegana, perché sai, il coraggio, si impara un passo per volta… E allora sai che faccio? Lo vedi, lo vedi quest’ovo che c’ho dentro. Ecco, io me lo mangio. E sai…sai che credo?

Credo…

che ci ricao una gallina.

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Laboratori